Globalizzazione: virus o antidoto?

L’impatto del Covid-19 ha aperto a una più ampia riflessione riguardo il concetto di globalizzazione, mettendone in luce non solo i vantaggi ma anche le trappole.

di Claudia Respano

Con il termine globalizzazione ci si riferisce più genericamente a un fenomeno di intensificazione dei rapporti commerciali e degli investimenti su scala globale, tali da permettere a Paesi anche molto distanti tra loro di scambiarsi risorse.

Con il libero mercato si afferma quella che il noto sociologo polacco Bauman ha definito come “la società liquida”, ovvero un’entità fluida, dai contorni non nitidi e poco definiti. 

Questa transizione dal “razionale” al “virtuale” è avvenuta per mezzo di una graduale dilatazione dei rapporti commerciali verso gli altri Paesi, i quali hanno acconsentito ad adottare forme più aperte e fluide di cooperazione. 

Ma se da una parte la globalizzazione ha sostenuto il libero movimento delle risorse e la completa libertà di capitali, dall’altra ha spinto il mercato globale verso una maggiore esposizione al rischio.


Breve accenno sull’evoluzione della globalizzazione


Per comprendere questo fenomeno di “decentralizzazione” verso una forma di economia più aperta e libera è bene fare un piccolo salto nel passato, ovvero al bipolarismo ideologico nato a seguito della Seconda Guerra Mondiale.

L’alternanza tra Washington e Mosca, cioè tra il capitalismo globale da una parte e il socialismo globale dall’altra, devono essere immaginati come due costellazioni stabili attorno alle quali gravitano gli altri Paesi satelliti.

Con il crollo dell’URSS nel 1991 – e quindi con la fine di questa simmetria- il bipolarismo cessa di esistere e gli Stati Uniti instaurano il proprio capitalismo globale. 

Nasce così un nuovo equilibrio definito anche come “il secolo americano”, cioè un modello liberal-democratico e capitalista che fungerà da cartello ideologico valevole per tutto l’Occidente. 

Quella americana diventa adesso l’unica grande costellazione attorno alla quale ruotano i restanti Paesi.

Nel corso del tempo, quello Occidentale – con a capo gli USA – è diventato un modello di norme, valori, ideologie e conoscenza intellettuale valevole per l’intera supply chain internazionale.

Con la spinta della globalizzazione, questa omogeneità identitaria ha ampliato la sua portata al punto da diventare un benchmark per il resto del mondo.

Una specie di “senso oceanico” viscerale all’ecosistema politico ed economico globale.


Gli effetti della globalizzazione


Fenomeni come il crollo delle barriere linguistiche e commerciali, la distruzione delle classi sociali, il consumismo, l’individualismo e la digitalizzazione esasperata, sono tra le conseguenze più evidenti della globalizzazione. 

Una visione “romantica” di questo fenomeno rimanda a una specie di Stato unico globale in cui le risorse e il potere vengono scambiati con maggiore abilità di movimento, e in cui i singoli Stati nazione mantengono la propria identità e autonomia.

Tuttavia, questa visione della globalizzazione si scontra con le sue fragilità reali.

L’esempio più eclatante è avvenuto con la crisi del modello di divulgazione americano a seguito della crisi finanziaria del 2008.

Con lo scoppio della bolla dei subprime, dalle manie di gigantismo degli States sono sfociati una serie di focolai di medio-grandi dimensioni che si sono propagati capillarmente sull’ordine geopolitico ed economico planetario. 

Questo è stato un primo segnale della forza a doppio taglio della globalizzazione: qualcosa che è acqua, che disseta e accarezza quando c’è bel tempo, ma travolge e devasta tutto ciò che trova con l’arrivo del temporale.

La recente crisi scattata con la diffusione del Covid-19, è stato l’ennesimo esempio della perdurante inesperienza del mondo globalizzato di far fronte a una catastrofe improvvisa.

Questa volta però, il ruolo di capro espiatorio non è toccato agli Stati Uniti. Il focolaio infatti, è partito da una città provinciale della Cina ed è passato alla cronaca come “il virus cinese che ha messo in ginocchio l’Occidente”.

Sul piano sociale e sanitario, il potere moltiplicatore della globalizzazione ha fatto sì che i contagi si propagassero rapidamente in ogni angolo del mondo. 

Sul versante economico, la decentralizzazione delle catene produttive e gli ingenti flussi di investimenti all’estero hanno pesato in maniera distribuita sul bilancio dei singoli Stati, piegati sotto gli effetti del lock-down forzato.


La globalizzazione è in pericolo?


Dalla lotta al virus cinese, alla lotta per la sopravvivenza, a una lotta di tutti contro tutti. 

Ci si chiede, dunque, se la globalizzazione possa essere in grado di dare una risposta risolutiva ai problemi imminenti dell’economia globale. 

Per i più scettici in materia, la soluzione sarebbe quella di passare a un nazionalismo economico e riportare alcune parti della produzione entro i confini nazionali, così da avere una maggiore abilità di manovra sulla gestione del rischio.

Nel caso in cui ciò avvenisse, si avrebbe la fine del modello unipolare americano a favore di quello più congruo del multipolarismo: la radicale egemonia degli Stati Uniti verrebbe dunque spazzata via e al suo posto si innalzerebbero un insieme di singoli Stati decisionali pronti ad agire autonomamente e in modo coordinato.

Questo sfocerebbe infine in un graduale rallentamento dei flussi commerciali e di capitale a livello internazionale, mettendo a repentaglio non solo la sopravvivenza della globalizzazione ma anche l’evoluzione stessa dei singoli Stati (e delle attività ivi connesse).

Stando invece a un’interpretazione realistica dei fatti, più che di un vero e proprio crollo della globalizzazione si potrebbe parlare di una sua ridefinizione. 

Coronavirus oggi o surriscaldamento globale domani, il problema non riguarda l’interconnessione dei mercati in quanto tale. Piuttosto si parla di una maggiore flessibilità e preparazione da parte di tutti gli attori in gioco di fronte alla risoluzione di un problema. 

Alcune catastrofi non possono essere né previste e né debellate.

Una volta che il rischio bussa alla porta, è necessario farsi trovare preparati e anteporvi un piano di gestione efficace e coordinato da adottare in caso di necessità.

Anziché remare nella direzione opposta e intraprendere la via della de-globalizzazione, è necessario un contributo sinergico da parte di tutti gli anelli della catena: in questo modo sarà possibile planare sulle modificazioni ambientali ed evitare che l’impatto irreversibile di una crisi sia la causa di un default globale.


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